tracce

Lo spazio addomesticato

L’esperienza di uno spazio è sempre una questione molto personale. Lo spazio traccia i nostri confini, definisce ciò che è dentro e ciò che è fuori di noi. Lo spazio è quel vettore lungo cui ci muoviamo e la bolla che ci contiene e ci trattiene. Quando ci trasferiamo in una nuova città, il nostro primo impatto è con lo spazio: uno spazio nuovo che dobbiamo imparare a conoscere, fare nostro.

 

La strada tra casa-ufficio (o università, o scuola) è il nostro primo, personalissimo, Everest; poi c’è quella del supermercato, e del bar di fiducia dove fare colazione, e così via. Col tempo costruiamo una costellazione di tracce mentali che segnano il nostro privato, individuale percorso nella città- la nostra rotta, i nostri luoghi, che giorno dopo giorno ci troviamo a percorrere nello sforzo di una routine che ci riporti familiarità.

 

In maniera quasi inconsapevole ci ritroviamo a imboccare le stesse strade, a camminare sugli stessi marciapiedi, a ridisegnare sul selciato le orme vecchie di ieri.

 

Quando nasciamo, cresciamo e spendiamo gran parte della nostra vita in un piccolo paese(come Conversano) spesso accade l’opposto. Lo spazio, in questo caso, è un tratto che ci contiene, le nostre tracce appartengono alla memoria collettiva del paese. Tanto affascinante e contemporaneamente tanto abitudinaria.

 

La ripetizione di ogni passo di sempre, da sempre, diventa fenomeno di ripetizione affettiva e mnemonica dalla quale cerchiamo di fuggire ritrovandoci a guardare i vecchi angoli con occhi nuovi, a osservare i palazzi con lenti da turisti, nel tentativo di affrancarci da troppa consunta familiarità.

 


Dotiamo i vecchi luoghi di nuovi significati, di nuove memorie, trasformandoli in un intreccio costante di realtà collettive e individuali.

 

I luoghi di sempre diventano quelli di ora, i luoghi di tutti diventano anche i nostri. Una stradina del centro storico diventa il vicolo dove si va a fumare, la statua di Padre Pio il punto di ritrovo per tutti i ragazzi, e così via. Che si tratti di abitare un luogo nuovo o uno vissuto, il tentativo è sempre quello di addomesticare lo spazio in cui ci muoviamo, lasciando tracce come Pollicino con le sue briciole, ora per ritrovare la strada, ora, mangiandocele, per perdersi e ritrovarsi.

 

Diventa metafora della nostra mente e del nostro cuore allora la costante tensione tra due poli, in un continuo movimento tra adattamento al nuovo e ricerca del nuovo, come esseri profondamente e costantemente insoddisfatti che fanno della loro insoddisfazione motore della loro vita, energia dei propri passi, motivo stesso della loro felicità.