tracce

| CONCEPT / STRUMENTI |

1.

Tra andare e venire_Il senso dell’abitare


Siamo una specie andante e abitante (Morelli). Nell’andare c’è il processo, il cammino, l’orizzonte dell’aspettativa; nell’abitare c’è la radice, la stabilità, l’orizzonte dell’attesa.

Quando abbiamo cominciato Tracce, a muoverci era proprio l’urgenza di ragionare su questa duplicità: era possibile una somma ricavata dal doppio movimento dell’andare e del tornare? Il ritmo del singolo e il ritmo della collettività, il mio battito e quello dell’altro, potevano incontrarsi in piazza, parlarsi, riconoscersi, scambiarsi? Abbiamo scoperto che la memoria è un circolo, per progettare devo ricordare; ma cosa ricordo? Ricordo il luogo da dove vengo e il luogo dove arriverò: lo spazio è una semiosi, produce senso e significato; mi ascolta e mi risponde, nella comunità e nella relazione produciamo il nostro atto interpretativo. Il paesaggio interiore è la nostra personale forma di verità, la casa che ho abitato e andrò ad abitare, il confine aperto che connette il dentro e il fuori. Ma che cosa succede quando questa bidimensionalità si assottiglia, si schiaccia, diventa uno?

2.

L’oggetto è azione_Sentirsi a casa

Immagina una corda che si avvolge e si svolge – esistiamo nell’azione e questa azione è una traccia – l’oggetto è il simbolo del mio lessico interiore – svolgo un filo e il filo è la strada e la strada è la rete.

Quando mi metto in viaggio porto con me tutto ciò che potrà servirmi nella mia nuova vita. Quando torno, controllo che ogni cosa sia al proprio posto. Come carta carbone, la disposizione degli oggetti imita l’architettura che mi disegno dentro: è possibilità dell’esistente e affermazione dell’esistito, la vita che ho lasciato dietro di me e la vita che andrò a creare.

Chi racconterà la mia storia? Guardo la mia casa e vedo una sedia, una pianta, un bollitore, la caffettiera. Tutto quello che mi accompagna nell’ultimo anno è tana e prigione – il familiare che uccide – ma non appena lancio lo sguardo oltre la finestra e di nuovo la mia stanza diventa nido. Cosa vuol dire sentirsi a casa?

È habitus, abitudine: il segmento che ripeto e che strappo al troppo senso del continuum in cui sono immerso. Ritaglio la mia gestualità, la mia ritualità, nel mio spazio intimo che è anche, se lo voglio, quando lo voglio, condivisione: gli amici, in fondo, non sono proprio quelli con cui ridiamo sempre delle stesse, vecchie storie?

Colleziono una somma di piccole cose e quello è il mio orto, la mia ecologia, cimitero e paradiso: lo apro se e quando voglio, ha un suono, lo ascolto, una materialità, la posseggo. Posso farlo perché sono dentro: e chi è fuori?

3.

L’oggetto è azione_ Fare casa

Fare casa è una dimensione che oltrepassa il puro abitare. È una condizione che si nutre dello spazio circostante, delle pareti di una stanza e delle relazioni che essa permette e contiene. In questo spazio, gli oggetti sono il nostro abito ulteriore: prendono posto insieme a noi, portano le nostre abitudini, sono un appiglio del toccare, tramiti della gestualità quotidiana, superficie di contatto di altre mani che abitano con noi.

Sposto i mobili e riarredo per fare uno spazio a mia misura, mi circondo di ricordi della mia vita, di cose che sono il senso del mio andare e vivere in molti luoghi, trasformandomi e conservando parti di me stesso.

Prendendo posto, scegliendolo, disponendoci in esso, disponendo oggetti e persone all’interno e nelle azioni noi produciamo lo spazio intorno a noi, lo subiamo, lo oltrepassiamo, lo trasformiamo.

4.

L’immagine della sedia _l’azione della sedia

“Prego si accomodi,” “Accomodati,” “Prendi posto”: sono alcune tra le maniere verbali dell’accoglienza di un ospite, un visitatore, uno sconosciuto, un amico. Possono seguire altre formule, come “Vuoi un caffè? Una cosa da bere” “Assaggia questo, l’ho fatto io”, “Vieni, che ti mostro la casa”.

In questa dinamica, la sedia è il sinonimo del prendere posto, dell’accomodarsi, dell’addomesticare lo spazio in un’azione comoda e di stasi, di permanenza. È simbolo di potere e rappresentanza, cambia la prospettiva dello sguardo circostante, fissa il corpo in una posizione, anche scomoda. Pensiamo al sedersi come prendere posto ed ecco che non avremo più necessità di una sedia ma di una seduta, qualcosa che ci renda possibile l’“accomodamento”.

L’atto del sedersi in uno spazio, quindi, configura un posizionamento e non passa necessariamente attraverso l’oggetto sedia; è adattivo e performativo. Pensiamo alle sedute improvvisate sugli scalini del sagrato di una chiesa o delle case di qualcuno lungo la via, o di fronte al locale dove beviamo la sera con gli amici; pensiamo agli scogli sul mare dove sistemiamo un telo perché ne attutisca le asperità o al prato dove stendiamo la coperta per assorbirne l’umidità; pensiamo al cuscino che mettiamo sul pavimento per non prendere freddo o per addolcirne la durezza.

La sedia si trasfigura: da oggetto diventa azione, desiderio, intenzione, feticcio, centro e modalità del movimento.

Non posso pensare ad una casa senza sedie; una casa con poche sedie richiederà sedute straordinarie; una piazza senza panchine limita la permanenza e ne cambia la socialità; una sala d’attesa senza sedute o con sedute scomode e fredde trasformerà il tempo del mio stare in una stanchezza e nella scomodità di spostarmi impercettibilmente per adattarmi alla staticità imposta.

Come prendi posto tu? Come ti siedi? Puoi pensare ad almeno un modo di sederti che non presupponga una sedia? E se la sedia è necessaria come fai ad assicurartela?

Quest’anno siamo partiti dalle case, luoghi dell’isolamento imposto e della quarantena delle relazioni sicure e siamo approdati alle sedie passando per gli oggetti dell’abitare.

Sedersi non presuppone una casa ma è un modo di costruire relazione con un luogo e tra persone.

Sedersi è un atto rituale e involontario dell’accomodarsi.

La sedia è un oggetto parlante, indica ruolo, potere e rappresentanza. La sedia di plastica è operaia, la sedia di legno è contadina, la sedia in strada è parcheggio, la sedia di vimini spesso è rotta al centro, chi di voi non è mai salito sulla sedia per recitare una poesia?

Chi non ha usato una sedia per farsi la casa con le coperte? O messo le spiaggine nel bagagliaio della macchina?

E quante volte siamo stati sedie per qualcuno? O ci siamo accomodati su qualcuno per sederci?